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giovedì, 02 luglio 2009

Che Siracusa è sempre diversa lo sapevamo: basta sorprenderla di notte, quando i palazzi barocchi si sgranchiscono e agitano le cuspidi. O quando l’alba si libera d’improvviso da un punto imprecisato del mare. O quando la luce si deposita sulle facciate di pietra gialla in moto ondoso, e ne saltano pesci, parapetti di ferro battuto, ciglia nere.
Ci aveva promesso un sacco di tango, come fa sempre. Ma nessun tango somiglia mai ad un altro (Eraclito diceva che non ci si bagna mai nella stessa acqua, perché “panta rei”, e chiaramente si riferiva alla ronda), e così Siracusa ha fatto, come sempre, di testa sua.
La ronda delle pance
Il tango è virale, sapevamo anche questo. Si trasmette con batteri invisibili, strette di mano, spettacoli casuali, abbracci. La pandemia è in corso da molti anni, e ogni giorno conquista nuovi territori: Giappone, Siberia, il mio tinello, la zia coi baffi. Ora scopriamo anche di più: il tango è addirittura fertilizzante.
Demetra, dea delle messi (ma anche dei papaveri), s’è messa anche lei a ballare: mai viste tante pance, attorno al tango. No, non mi riferisco a quella di Julio Balmaceda, che è pur sempre ottima e abbondante, come tutto quello che lo riguarda (eppure dovevate vederlo ballare un valzer leggiadro, o una milonga a passi piccolissimi coi suoi piedoni smisurati, la sua barba da mangiafuoco, la sua giacca da giostraio).
Corina De La Rosa, Barbara Forte, persino l’altra Barbara, la ragazza delle scarpe Flabella (possiede nel suo negozio una parete piena di scarpe scintillanti che s’arrampicano fino alle stelle)(se ci passi davanti nella notte d’Ortigia senti distintamente i tacchi ticchettare, forse in una ronda tra loro invisibile a noialtri) erano molto molto incinte.
E immaginate quei piccoli immersi in un brodo di tango fin da adesso, attraversato da violini e bandoneon (e persino dal sibilo di missile dei voleos: Barbara Forte non ha rinunciato a esibirsi con Claudio e anche con Julio, strappandoci ohhhh di autentica meraviglia e persino qualche stilla d’invidia, noi che non siamo di sette mesi eppure un voleo così antigravitazionale non lo faremo mai e poi mai).
Insomma, la mamma dei tangueri è sempre incinta. E questa è una grande consolazione.
La loghèscion
Ragazzi, il G8 del tango ha tenuto le sue furibonde consultazioni in un luogo antichissimo: il ritrovato Castello Maniace, sulla punta del muso di coccodrillo di Ortigia allungato nel mare.
Una fortezza che fu abitata da regine e da soldati, dove si tennero banchetti e stragi, adunate e feste, e il sangue si mescolò alla polvere da sparo e alla salsedine metallica del mare orientale dalla luce di specchio. Due arieti di bronzo fuso in Grecia lo sorvegliarono per anni, e poi divennero il prezzo del tradimento (c’è sempre, dietro le pietre antiche, una Sicilia di compravendite di anime, di inquisizioni, di tradimenti atroci e violenze trionfanti, una Sicilia ingiusta dove si fonda la fortezza di metallo dell’ingiustizia di oggi): in una notte aromatica del 1448, dopo un banchetto sontuoso nelle sale del Castello, il capitano Giovanni Ventimiglia fece uccidere tutti gli invitati, nobili siracusani frondisti che s’erano ribellati.
Succede spesso: il tango s’impadronisce di luoghi dalla storia stratificata e antica, luoghi alternativamente giusti e ingiusti, splendenti e decaduti, e porta la sua particolare rinascita. Ora c’è un tappeto di passi, in tutte le lingue tanguere conosciute, nella piazzaforte, tra gli archi barocchi spalancati, sotto le bandiere.
Tango global
D’altronde, ce n’erano proprio di tutti i colori. Cineserie, mitteleuropa, perfida Albione, Grande Madre Russia. Persino Aspromonte, Cipro e Atlantide. Isola d’Elba e Avalon.
E’ stato un festival multietnico: non più, non solo, la classica contrapposizione-fusione Europa-America, con la Francia e l’Argentina che si cercano senza trovarsi mai (ma abbracciate strette, a sedursi e pugnalarsi come nel tango).
Ho conosciuto un tanguero agrigentino-romano specializzato in porcellane Ming: le cinesine dai tacchi metallizzati e il sorriso ineffabile sedevano di solito in file da alveare sotto il traliccio delle luci, a fingere attesa e sottomissione, vere Cio-Cio-San da guerra.
Il mio B&B era infestato da inglesi smisurati con un numero spropositato di gengive e il classico stile tanguero britannico: moto ondoso permanente, come una traversata Dover-Calais forza nove.
E le russe: russe lattee con falpalà soprannumerari e controvoleos molotov, ben rappresentate dalla sottile Veronica Toumanova che si è esibita con l’enfant prodige aretuseo Fausto Carpino (ma io l’ho apprezzata forse di più allo Zen, a condurre da uomo in tappine infradito e sguardo leninista). L’unico russo che aveva cominciato a ballare il giorno prima (anzi la sera prima, sul tardi) l’ho beccato io. Era così giovane che ho temuto un’accusa di pedofilia, così alto che mi guidava con l’ombelico e così atrás che m’è venuto il mal di mare. Mar Nero, ovviamente.
Poi molti francesi, mais oui, gli ovvi argentini, molti dei quali veroneggianti (e s’è sentita, la mancanza dello sguardo assente di Pablo Veron), e un certo numero d’imprecisati baltici.
E qui dovremmo menzionare una questione sempiterna: la taglia.
No, non nel senso che le dannate della tappezzeria (tra cui la scrivente, soprattutto in certi momenti) metterebbero volentieri anche una taglia, sul bailarino omittente (ma potremmo anche arrivarci, in un futuro prossimo, se continuerà la crescita zero dei tangueri maschi…).
Ci sono tangueri XXS e tangueri XXL. Di rado trovi una confortevole M calibrata.
Ho visto cose che voi umani… olandesi volanti alti come tralicci, filippini tascabili. Il classico diabolik nordico: pelata lucida, camicia scura, pizzetto transitivo. Il romano che si riconosce da lontano: camicia troppo bianca, unghie burine, invito al quarto tango della tanda… E poi la mediterranea, l’arioeuropea, l’ugrofinnica.
Ho visto tangueri fuggire dopo un incauto invito: “Era lì, sembrava piccola… quando s’è alzata era alta come la sorella di Frankenstein…”.
O aggirarsi, squali da pista, calcolando a occhio altezze e pesi. Ma attenzione: ci sono modelli contraffatti: la tanguera d’ovatta con struttura in adamantio (il metallo di Wolverine), che poi è la versione femminile del tanguero piombato, le cui scarpe di pelle nascondono suole di kriptonite e rostri come il carro di Ben Hur.
Eppure, resto del parere che il tango è una prova di fratellanza, di superamento di barriere etnico-fisiche. Un tanguero lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…
Sogno di ballare con un fiammingo di due metri e trenta, ed essere felice, laggiù.
La mirada casuale (o ACPP)
Avendo fondato, nei momenti di panchina, un’agenzia di servizi a bordopista (distribuzione cerotti antivesciche, collocamento tangueros, consolazione naufraghi da ronda, informazioni turistiche, telefonia, comunicazione wireless), ho avuto modo di raccogliere gli sfoghi di numerosi cavalieri, in presa al più classico dei problemi da festival: la mirada.
Abbandonato il confort delle milonghette invernali, dove – forte della propria precisissima carta nautica - domina tutta la situazione, il tanguero medio può cadere in preda al panico da abbondanza, allo strabismo da Dioniso.
“Ho perso due ore a individuare quelle con cui volevo ballare, e altre due a cercarle nella folla, senza trovarle più… “ m’ha confessato un conterroneo.
Sarà che, a volte, quelli con cui vorremmo ballare non esistono, sono miraggi a bordopista, allucinazioni da inedia, proiezioni troilo-freudiane. O sarà che, in effetti, quando la massa ballante è di proporzioni da battaglione, diventa molto difficile incontrarsi con l’immaginario.
Alle donne consiglio pertanto l’abito segnaletico: signore, lasciate l’abitino nero tanto fescion all’inverno, e osate. Una tunica arancio, vi garantisco, vi renderà catarifrangenti in modo indimenticabile. E sappiate che il panta-pascià laminato, pezzo forte del look di quest’anno, non funziona comunque: è un equivalente ottico del nero (oltre a costituire reato estetico, nella terra di Giotto, Caravaggio e Giorgio Armani).
Ma agli uomini consiglio più scioltezza e ardimento: osate, che diamine.
La mirada casuale (o ACPP, a ccu’ pigghiu pigghiu) può riservare soddisfazioni, oltre a garantire una cosa fondamentale, nel tango (e probabilmente nella vita): la mescolanza di geni, il meticciato. Lo scambio, accidenti. Così, senza rete. Una cattiva tanda non vi ucciderà, e forse farà felice qualcuna. Forse persino voi.
Tango zen
“Mi è sembrata una milonga molto poco zen”, m’ha detto albionico uno degli inglesi del protettorato britannico del mio B&B, a colazione.
L’anno scorso era ancora un luogo di nicchia, dove i temerari s’abbracciavano sotto la canicola o, peggio, s’abbracciavano in perizoma sotto la canicola. Quest’anno è fiorita una tettoia, ma è anche vero che ci sono andati proprio tutti, sotto. Più coperti, per fortuna (a parte il tanguero catanese che s’ostina a ballare in mutanda da carabiniere, calzino a mezz’asta e scarpa lucida, o il Big Jim palermitano che, scusate, dopo tanto bodybuilding e uova frullate crude a colazione mica si poteva mettere una maglietta)(meglio i baltici, che avevano la stessa canotta da biker della milonga della notte prima, o anche di tutte le notti prima) .
Caposselianamente vostri
L’esibizione caposseliana di Pablo Inza ed Eugenia Parrilla: sulle note sghembe di “Con una rosa” (e qualche volta bisognerà esaminare scientificamente la misteriosa relazione tra Capossela e il tango: da sempre lo infiltra, s’infila nelle cortine, s’intrufola tra i cd. Sarà che è anche lui obliquo e inafferrabile e meticcio?) sono stati molto fascinosi. Il loro spettacolo è stato estremo: ai confini del tango. Come se si divertissero – anche nel look (pantaloni larghi, guanti da kickboxing, pompon rossi) – a spingere il tango altrove e oltre. Chissà dove.
Temperatura e contrappasso
Festival del contrappasso. Dopo gli altoforni delle due edizioni precedenti (le lezioni da campo di sterminio nel Paladanze a fuoco lento nel sole di Siracusa, che è a sud di Tunisi e si sente), la soave aria condizionata dei bellissimi saloni dell’Hotel des Etrangers l’abbiamo pagata cara: esiste un contrappasso, nel tango o meglio nella vita. Lì nel castello, a spartire il mare, i venti salati, capricciosi, soffiavano con intensità da Blizzard: le tenui pashmine con cui siamo solite abbigliarci non bastavano. L’anno prossimo mi compro una tuta da sci.
La Cortina, questa cenerentola
E invece no, a parte il venerdì, in cui la cortina è stata solo una: il jingle del Brodo Maggi ripetuto compulsivamente fino alla crisi nervosa, è stata la rivincita della cortina, che dovrebbe sussistere come genere musicale a sé, come capitolo obbligatorio nella formazione dei dj.
Bellissime le cortine di sabato: anni Ottanta, i reganiani anni Ottanta che alla maggior parte dei festivalieri smuovevano tonnellate d’inconscio.
Io mi fregio e mi pregio dell’amicizia d’una musicalizadora sopraffina (sì, è HastalaMilonga), che cura la cortina come le tande, ne fa un discorso nel discorso, una spina dorsale musicale che spartisce i tanghi, li incornicia, li evidenzia, li annuncia, come se ogni milonga fosse quello che, in realtà, dovrebbe essere: un anello di musica ininterrotto, che ti prende sul bordo della notte e ti restituisce dopo, sull’orlo d’un altro mare.
Nazitango
E’ uno sporco lavoro, parlarne, ma qualcuno deve pur farlo: c’è un razzismo sottile e latente (ma a volte nemmeno troppo, latente), in certe consorterie tanguere. I Goebbels di turno, appena arrivati in pista, fanno come gli ufficiali nazisti sulla banchina della stazione: tu di qua, alla ronda, tu di là, al gas. Poco ci manca, qualche volta, che si mettano a distribuire stelle gialle – per noi volenterosi principianti, per noi apprendisti perenni, per noi onestamente, sanamente mediocri – da appiccicare sul decoltè. O a tatuare numeri sul braccio (il destro, così che nell’abbraccio sia bene esposto).
Intendiamoci, tutti facciamo valutazioni a bordo pista: la milonga è piena d’occhi, è un luogo dove ci si guarda, dentro e fuori. Ma la spocchia, l’albagia da voleo, la discriminazione da gancho o, peggio, da look ¬– talora accompagnati da sistematico svilimento e da dileggio a bordo pista del ballante per caso – risultano francamente insopportabili e turbano irreversibilmente le anime belle (ho in mente una deliziosa fanciulla forlivese, ballerina soave ma timida d’approccio, ingiustamente maltrattata dal Sor Tangurio di turno, proteso a cercare apilamenti con ben altri pettorali: l’effetto-Villa Certosa funziona anche nel tango, ahinoi).
Sapevamo per esperienza che fenomeni del genere, consorterie di naziskin del tango, esistevano altrove (in altre città siciliane con la C, per esempio)(no, non Caltanissetta), ma nei due anni precedenti non le avevamo mai viste all’opera qui. Anche Siracusa è caduta.
Magari l’anno prossimo ci facciamo tutto un abitino segnaletico, di stelle gialle…
Il tango al tempo di feisbuk
Tutto un “ci vediamo lì”, e poi aggirarsi con aria perplessa: ma sarà quella, la sirena ascellare? E la panterona double-face? E quell’occhio celeste, perché attorno c’ha i crateri lunari? E il sirenetto, non sembrava così… tascabile…
Oppure il dopo-tango: “Scusa, sei su feisbuk?” “Sì, ma lì mi chiamo George Clooney”; “Dai, che quando vado a casa ti amicizzo”; “Ma tu come l’hai trovata la partner?” “Su feisbuk. Solo che pensavo fosse un’altra…”.
Il tango non euclideo
Per un tango passano infinite rette. E’ stato un festival d’incontri, in cui è stata più chiara che mai la natura di comune, di condominio e di casa di ringhiera del tango. Che sì, vabbè, avrà i suoi Sor Tanguri e le sue SS, i suoi razzisti e le sue kapò, ma resta un luogo in cui si cerca la promessa d’un abbraccio, d’un incontro, d’un frammento di felicità da tre minuti.
E’ stato bello rivedersi, e anche non ballare in pista ma con gli occhi sì, con la voce sì. E scoprire i nessi incredibili tra le persone, le figure geometriche non euclidee che il tango disegna, architetto d’emozioni che non è altro.
Arrivederci al prossimo anno.
giovedì, 12 marzo 2009
Survey
Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.
Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è piuttosto "una maniera di modellare l'io nell'esperienza della carne", e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d'arte.
Sappiamo ormai da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico e l'interpretazione di particolari risultati sperimentali. La biologia - come la letteratura - non riproduce la realtà, ma la costruisce.
In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell'opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.
L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.
La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.
Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.
La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.
Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropea, un piccolo gruppo che si accoppia con rituali differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti - primo fra tutti il clan Oreugnolim - è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.
Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico, Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi, anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.
In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:
Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.
Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.
Terza fase, o dell'accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.
Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.
Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L'insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.
Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell'accoppiamento rituale con quella compagna.
L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso dai Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l'esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all'esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell'adacas o di un'adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento
In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale, contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.
Bibliografia:
Amselle, Connessioni
Appadurai, Modernità in polvere
Foucault, Storia della Sessualità
Laqueur, L'identità sessuale dai Greci a Freud
Malinowski, Magia, scienza e religione
Lévi-Strauss, Antropologia strutturale
Per approfondimenti:
Remi Hess, Tango, Astrolabio
Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni
Per la metodologia:
siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist, il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.
martedì, 02 dicembre 2008
45enni con forse qualche anno in più, vestite come Jessica Rabbit, girano per la milonga. Abito rosso fuoco con siluette da far invidia ad una 20enne.
Non ballano molto, anzi i più non le hanno mai viste proprio ballare.
Sedute ai bordi della ronda, chiachiericchiano tra loro. Le vedi pure sorseggiare senza fretta un martini del color del vestito nei corridoi lontane dalla pista.
Tranquille, altezzose e truccatissime.
Respirano aria da mangiauomini di quella che hanno tutto il tempo, di quella che il tempo non è ancora passato.
Si pensava non ballassero perchè evitate da una schiera di tangueri schifati. Si pensava che sotto sotto fossero deluse da questo ma mascherassero imperterrite la loro immagine, ignare del proprio vero riflesso.
Invece qualcuno cominciò a chiedersi; in quale altro contesto si possono indossare quel genere di abiti. In effetti a volte le serate di gala non sono mica molte.
giovedì, 09 ottobre 2008
I ache for the touch of your lips, dear,
But much more for the touch of your whips, dear.
You can raise welts
Like nobody else,
As we dance to the masochism tango.
Let our love be a flame, not an ember,
Say its me that you want to dismember.
Blacken my eye,
Set fire to my tie,
As we dance to the masochism tango.
At your command
Before you here I stand,
My heart is in my hand. ecch!
Its here that I must be.
My heart entreats,
Just hear those savage beats,
And go put on your cleats
And come and trample me.
Your heart is hard as stone or mahogany,
Thats why Im in such exquisite agony.
My soul is on fire,
Its aflame with desire,
Which is why I perspire
When we tango.
You caught my nose
In your left castanet, love,
I can feel the pain yet, love,
Evry time I hear drums.
And I envy the rose
That you held in your teeth, love,
With the thorns underneath, love,
Sticking into your gums.
Your eyes cast a spell that bewitches.
The last time I needed twenty stitches
To sew up the gash
That you made with your lash,
As we danced to the masochism tango.
Bash in my brain,
And make me scream with pain,
Then kick me once again,
And say well never part.
I know too well
Im underneath your spell,
So, darling, if you smell
Something burning, its my heart.
Excuse me!
Take your cigarette from its holder,
And burn your initials in my shoulder.
Fracture my spine,
And swear that youre mine,
As we dance to the masochism tango.
giovedì, 18 settembre 2008

Ci sono nomi che sono già soprannomi.
Quando Speranza entrò nella scuola di tango lui non lo sapeva, noi nemmeno ma il tango sì. Il tango stava lì, confuso coi principianti che principiavano, affamati e assetati di passi, di musica, di metri di milonga. Il tango stava lì e se la rideva, mentre Speranza come tutti noi prendeva la botta in testa.
E’ una cosa precisa, che arriva in un momento preciso, la botta in testa: può succedere alla prima lezione, o anche prima, qualche volta, raramente, molto dopo, ma succede. E la vita – come il tango – si divide in prima della botta in testa e dopo la botta in testa.
Speranza è piccolo, magro, con luminosi occhi azzurri e un sorriso generoso. Crede nel tango, e il tango – che suole ricambiare ogni cosa – crede in lui, in qualche misterioso modo che a noialtri sfugge.
D’altronde, per quanto sembri esile e distratto, nella sua taglia di pensionato extrasmall, Speranza ha tempra di maratoneta: può fare 18 chilometri di sentieri sui Nebrodi e poi 18 tande di seguito, a volte con lo stesso passo con cui affronta la faggeta e sconfigge il pendio.
Crede in YouTube come altri in San Gennaro: ha sempre un nuovo video da raccontare, da commentare, da – agh – provare in milonga. Ma questo, che di solito è estremamente imbarazzante – poche cose sono micidiali come la didattica da YouTube, per giunta in mezzo alla ronda – con lui diventa divertente, perché gli si perdona ogni cosa: Speranza ha cuore e sorriso.
Chissenefrega dell’asse, dei passi, del giro che deraglia o della guerra dei sessi sull’ocho adelante. Chissenefrega della postura garibaldina, del controtempo che è, appunto, assolutamente contro il tempo.
Speranza ha una fiducia, nel tango e nell’Altro, che – da sé – balla benissimo. La sua fiducia balla molto meglio di lui. E noi tutte adoriamo ballare con la sua fiducia.
Speranza crede nella trasmissione del tango come i missionari nel Congo credono all’insegnamento delle scritture. Non c’è donna – principiante, avanzata, bella, brutta, femminona o sarchiapona – che Speranza non abbia provato, anzi che non sia riuscito a far ballare. Non c’è donna che possa presentarsi in milonga – anche solo a guardare, ad accompagnare un’amica o a chiedere dov’è il bagno – che lui non abbracci subito, e conduca su su per gli otto passi, sotto la faggeta. E si sa, quella è quasi sempre una strada senza ritorno.
Perché Speranza c’ha la pulsione didattica. No, non quella insopportabile che hanno certi uomini: fai così-quando ti spingo qui alza la gamba sinistra-quando penso questo passo fallo. Speranza ti dice: ora facciamo il passo di Arce (o di Gavito, o di Balmaceda, o… ), ride e ti porta chissà dove, tra faggete, pendii, curve strette, sentieri.
Chissenefrega se non viene bene. La sua fiducia nella fiducia sì che viene bene. E il tango, mescolato alla folla che suda, si agita, si esibisce, si ronda e si gronda, se la ride soddisfatto. Lo sa che la speranza è una delle sue cose migliori.
sabato, 13 settembre 2008
Caro cumpare-nipote,
a Napule stoce facenn’ la vita de lu signore..paghe sempre IO ! La sera me ne vac’ a lu tabarin e me n’esco quanno chiote.
Giovedì per esempio, me ne so’ jute a lu festivallo de Tanghe. La serata, ca custava quinnece cucozze a la capoccia, stav’ organizzata dint’ all’Otel Parchèr, che una cosa tene bella, e fresca e pannorammica: ‘a terrazza…e ‘nfatti s'abballava a lu piane terra, dint’a ‘na sala caura caura !
Prima ‘ncera state lu cuncierto cu’ ddo’ chitarre, lu cuntrabbasse, la viola e lu flaut’, ma chillo pe'trasverso, no chillo de canna zufolotto, e picciò agge capito che nun erane l’Intillimani, ma gli Kuinè. La cantanta, ‘a verità, tenia ‘na vocia bella assà, e ‘nce so piaciute pure tutte li strumenti ca’ sunavane ‘nsiema. Sule nun agge capito picchè a mità de li canzune n’asceveno mmiezo cristian' abbracciat' a ddoje a ddoje ca' faciano finta d'abballà lu tanghe. Avian’a essere l’atturi de lu cabaretto…Però accusì, puro ca ‘nce scappava a ridere, nun putevam’ ridere, picchè la cantanta stava cantando (bell’ assà) e pareva brutto !
Po’ è accumenciata la serata danzanta...e pigghiammece ‘nu spumantine, so detto’ a la fidanzata mia, crepi l’avarizzia ! Però accussì ne so partute li prime belli sorde: 12 ccuzze, 6 pe’ bicchiere !!
Tutte le feneste stevan’ chiose e l’aria accundizionante era bassa bassa, accussì sudavano tutte. Agge viste tre signure cu la cammisa ianca trasparenta tuttazzeccata a lu piette ‘ca pareva 'nu firm ammericano cu le fimmene cu la magghietta abbagnata ca fanno le zuzzarie brutte, solo che erano uommene…però, te l'aggia dicere, erano brutti l’istesso !
Doppe ‘na mezoretta nun se riusciva a ballà cchiù, picchè lu pavimento cu' la cundenza s'era cumbinato 'na chiavica, tutt’azzeccuso. Ma, ‘a la verità, nun era proprie tutto tutt’ azzecuse azzeccuse, li lastrune ianche erano bagnat’, 'gnorsì, e sciuliosi assà ! Accussì te s’azzeccavano li scarpe da ogni parte, però appena appujavi la zampa ‘ncoppa a li lastrune ianchi...zacchete, e sciuliavi !
‘nc’è sciuliata pura la bravabballerina, Cotica, ca se stava scassann’ li cosce.
Picciò 'nce simmo fermat' e ‘nce simmo pigghiate ‘na veppeta fresca, caca cola co l’addore de rum (picché sulo l’addore ‘nci avevano mise !)…e ce ne so partite altre 24 cucozze, 12 a capoccia !
E dice: allora cagnammo sala, ca’ forse chell’ata è accundizionante megghio ! ‘Nce simmo trasferiti a lu “Doppolavoro”. Si, picchè l’antra sala, svacantata da li seggie ca’ ‘nge stevano, era tale e quale a lu doppolavoro ferroviario. ‘Nge stevano pure li fili de le casse lasciati pe’ terra da parte a parte, mmiezo a ‘ndo se ballava. E, caro cumpare-nipote, pe’ terra accà nun se sciuliava..picchè pe terra, accà, ‘nge steva la Mochetta ! Eh, si, la mochetta de pilo…sìne, lu tappito piluso che s’azzecca ‘nterra ! Dice: nun se pote abballa lu tanghe ‘ncoppa a la mochetta ? Se pote, se pote…l’organizzatore -cirivello fino !- ha pinzato: si se pote giocà lu tennìs ‘ngoppa a l’evera, se pote pure abballa lu tanghe ‘ngoppa a la mochetta. Dice: ma la scarpa nun sciulia ? risponno: mediamente ! che vene a dicere mediamente ? E’ che la parte davanti de la scarpa sciulia assà, pirò lu tacco te s’ampigghia dint’ a lu pilu de lu tappete, e te mantene. Accussì o vai a musso ‘nterra picchè si sciuliato troppassà, o vai a culo ‘nterra picchè s’è ‘ncastrate lu tacco, ma mediamente sì stabbile !! Sì capite la finezza statistica ??!!??
Viste lu caviro, e li 66 cucozze ca n’eranano già partute, avimmo cercato ‘nu bicchiere d’acqua ca’ stevemo schiattanno pe’ la sete…però, miraculo, l’acqua, l’unica cosa aggratiss, era fernuta…e allora caccia n’antri 5 cucuzze a capa, totale 10 cucozze, pe’ li due succhi di frutta..ca’ a la putia d’Annuccia cu’ dieci cucozze ne pigghiammo cinche litre, Sulo c' Annuccia steva chiosa e nui tenivomo sete, tutte surate comme stevamo.
Accussì fanne 76 cucozze che aggio cacciato pè stà a lu caviro, guardà ll’uommene cu le cammise abbagnate azziccate ‘ncuollo, e li cabarettisti ca faciano finta d'abballà lu tanghe. Meno male però ca’ ‘nge stevano due ballerini veri, e bravi assà, Moreno e Cotica, e pure l’orchestra sunava ca’ ‘nce vuleva la mano de ddio, ca’ almeno chelli doi ore, ‘nce simmo spassati e arricriati.
Picciò, caro cumpare nipote, manname le cucozze, ca’ nun tenghe manco li sorde pe pagà lu scrivane secretario quappresente ca’ m’ha scritte l’immeil qua prisente metesima istissa !!
P.S.
Nisi sutores nolite semenzellas fatigare
da: http://oblivion.blog.excite.it
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